Egli "ha consiglio" […]. Poiché gli è dato riferirsi a un'intera vita. […] Il suo talento è la sua vita; la sua dignità quella di saperla narrare fino in fondo.
Il narratore. Considerazioni sull'opera di Nicola Leskov, W. Benjamin
[...]
Il secondo incontro fu molto diverso. Non la vidi nell'ambito di un test, di una "valutazione" clinica. Una splendida giornata di primavera mi aveva attirato fuori per una breve passeggiata, prima d'incominciare le mie visite, quando vidi Rebecca che, seduta su una panchina, contemplava tranquilla e con evidente piacere il giovane fogliame d'aprile. L'atteggiamento della sua persona non aveva nulla della goffaggine che mi aveva tanto colpito in precedenza. Così seduta, con un vestitino leggero, il volto disteso in un lieve sorriso, mi fece subito pensare a una delle tante fanciulle di Cechov, Irene, Anja, Sonja, Nina, sul fondale di un cecoviano giardino dei ciliegi. Avrebbe potuto essere una giovane donna qualsiasi che gode una bella giornata di primavera. Questa fu la mia visione umana, ben diversa da quella neurologica.
Quando mi avvicinai, Rebecca udì i miei passi, si voltò e con un largo sorriso agitò una mano senza parlare. "Guarda com'è bello il mondo" pareva dire. E poi, in scatti jacksoniani, vennero esclamazioni strane, improvvise, poetiche: "primavera", "nascita", "crescita", "fermento", "nuova vita", "stagioni", "ogni cosa a suo tempo". Mi venne in mente l'Ecclesiaste: "Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo..". Questo era ciò che Rebecca, nel suo modo disarticolato, stava esprimendo: una visione delle stagioni, del trascorrere del tempo, simile a quella del Predicatore. "È un Ecclesiaste idiota" mi dissi. E in questo pensiero le due visioni che avevo di lei, quella di un'idiota e quella di una mente simbolizzante, s'incontrarono, si scontrarono e si fusero. Rebecca aveva ottenuto punteggi bassissimi nei test, i quali in un certo senso, come tutti i test neurologici e psicologici, avevano come risultato non solo di scoprire, di evidenziare i deficit, ma di scomporre Rebecca in funzioni e deficit. Sottoposta a test formali essa si era orribilmente frantumata; ora invece, misteriosamente, si era "riunita", ricomposta.
Perché prima era così "de-composta"? Come poteva ora essere così ri-composta? Avevo l'impressione nettissima di due modi di pensiero, o di organizzazione, o di essere, affatto diversi. Il primo, schematico – la capacità di individuare schemi e risolvere problemi –, era stato appunto l'oggetto dei test e lì essa si era rivelata così minorata, così disastrosamente carente. Ma i test non avevano neanche accennato alla possibile esistenza di qualcosa di diverso dai deficit, di qualcosa che fosse, per così dire, al di là dei suoi deficit.
Non mi avevano fatto sospettare nessuna delle sue capacità positive, della sua abilità a percepire il mondo reale – il mondo della natura, e forse dell'immaginazione – come un tutto coerente, intelligibile, poetico: il suo saper vedere, pensare e (quando poteva) vivere questo mondo; non mi avevano dato alcun indizio del suo mondo interiore, il quale era evidentemente composto e coerente, e che essa affrontava come qualcosa di diverso da un insieme di problemi o compiti.
Ma qual era il principio che la "ricomponeva", che le conferiva quella compostezza? Chiaramente non un principio schematico. Mi venne in mente la sua passione per le storie, per la composizione e la coerenza del racconto. È possibile, mi chiesi, che questo essere di fronte a me – insieme fanciulla deliziosa e idiota, una minorata nelle capacità cognitive – riesca a usare un modo narrativo (drammatico) per comporre e integrare un mondo coerente, in sostituzione del modo schematico che in lei è così carente, anzi addirittura assente? E mi ricordai di come ballava e di come la danza riuscisse a organizzare i suoi movimenti altrimenti scoordinati e goffi.
I nostri test, i nostri approcci […] le nostre "valutazioni" sono ridicolmente insufficienti. Ci rivelano solo i deficit, non le capacità; ci forniscono solo dati frammentari e schemi, mentre abbiamo bisogno di vedere una musica, un racconto, una serie di azioni vissute, un essere che si comporta spontaneamente nel suo modo naturale.
Rebecca, pensai, era completa e intatta come essere "narrativo", nelle condizioni che le consentivano di organizzarsi in modo narrativo…
Leggo e rileggo Oliver Sacks, medico, terapeuta, insegnante, scienziato romantico, invitato anzi costretto a esplorare il concreto, in L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello
«Oh, no: chi vuoi che se ne accorga? Siediti, siediti pure, caro. C'è spazio per tutti sul lettone di Ed».
va bene, è finito agosto, sono rientrata, i capelli stanno crescendo selvatici, la crescita sta crescendo indisturbata e il crespo post-mare è esploso vistosamente. ma passiamo alle cose serie...
sabato ho mangiato mezzo pollo nostrano allo spiedo, taglia XL, ricetta sarda. quelli piccoli non erano ancora cotti e mi sono lasciata consigliare dallo chef - al mercato, terza bancarella a sinistra, partendo dal mio portone. ero un po' scettica, va detto: non sono un'amante del genere volatili-allo-spiedo, quindi ho preso il mio pacchettino col pollo e l'ho portato a casa come un trofeo un po' esotico che però ti lascia perplessa (e chi non ne ha esperienza...). l'ho appoggiato con trascuratezza sul tavolo. lo esamineremo più tardi e decideremo il da farsi. giunto il tempo di pranzare e apparecchiata velocemente la tavola, con un coltello ne ho tagliato un piccolo pezzo dal petto, un'incisione, scostandone la pelle, un po' schifata. l'ho assaggiato, non male, anche il mirto ci stava bene, e ho deciso di mangiarne ancora un po'. ma l'uso del coltello comportava troppo sforzo, troppe buone maniere, troppa compostezza, dopotutto stavo pranzando sola. concediamoci dunque di non badare alla forma e allunghiamo le mani direttamente sul fu-pennuto. finalmente ho strappato il mio pezzo consistente di carne. guarda come si stacca bene dallo sterno dell'animale! eccetera, eccetera… l’ho ingurgitata in tre bocconi. avendo ancora fame, ho spostato il mio piatto, con il famosissimo fare risoluto della vergine, e avvicinato la carcassa fin sotto al mento. ancora non mi stavo accorgendo dove mi avrebbe portato quel gesto, ed ecco qua: entrambe le mani si erano ora buttate sulla bestia, girandola e passandosela velocemente come una pasta da lavorare (pongo, plastilina, das…). non scommetterei mai sull'infallibilità del mio occhio scrutatore, così poco allenato, ma l'analisi sembrava accurata e la fame crescere alle diverse prospettive assunte dal solido irregolare in rotazione. i denti hanno fatto il resto. ancora alla ricerca di qualcosa da mangiare, masticare, deglutire, ho superato cartilagini e frantumato articolazioni rimaste intatte, ne ho ammirato la lucentezza e mi sono adoperata per completare l'opera, saziare l'inspiegabilmente insaziabile e sgranocchiare lo sgranocchiabile.
lo so, si può prestare a un'interpretazione erronea, ma voglio usare lo stesso questa formula e riconoscere che, in anni di nutrimento, si è trattato indiscutibilmente del migliore rapporto carnale che abbia mai avuto. meglio un pollo oggi.
Come tutti i blogger della sua età che soffrono di solitudine, Uolter si è inventata un amico, Tony, che l'ascolta, le dà ragione e la mette in guardia dai pericoli

uolter, in basso a sx, riconoscibile dalla basetta ingombrante, autoritratta in un momento di massima preoccupazione per le briciole che da alto a dx vengono lanciate minacciosamente verso il suo cellulare. a dx in alto blogger-dal-taglio-nuovo-lancia-briciole e a dx in basso blogger-dall'occhiale-viola-megaritardo. in alto a sx paziente accompagnatore di blogger-dal-taglio-nuovo...
Certo non sempre sono sul pezzo. E oggi non sono sul pezzo. Porti o non porti la mia croce domani. Quello che penso, se penso e se penso che penso, non si fa sentire. Un sì, tre sì, tre boh. Silenzio e rumore non si proporzionano, eccedono.
Allora mi dedico alla domestica alternanza degli armadi e al loro premio di maggioranza. Sto lì in parlamento con una gruccia in mano, un pantalone, una maglia, due guanti di lana. E mentre il mio sabato cresce, mi allungo in testa la pagina a coprire gli occhi:
"È una strana e lunga guerra quella in cui la violenza tenta di opprimere la verità. Tutti gli sforzi della violenza non possono indebolire la verità, e non servono che ad innalzarla maggiormente. Tutti i lumi della verità non possono nulla per arrestare la violenza, e non fanno che irritarla di più. Quando la forza combatte la forza, la più potente distrugge la minore; quando si oppongono i discorsi ai discorsi, quelli che sono veri e convincenti confondono e dissipano quelli che hanno soltanto vanità e menzogna: ma la violenza e la verità non possono nulla l'una sull'altra. Da ciò non si pretenda però di concludere che le cose siano uguali…" (Blaise Pascal, Le provinciali)
Patty Smith, Dancing Barefoot
io non ero ancora nata e lui già sapeva. lo conobbi anni dopo al mart di rovereto, grazie a un attacco di isteria. da una teca mi disse: "cancello le parole per custodirle, è un gesto di salvezza". fino al 13 giugno è in mostra a milano. grande. da vedere e sentire.
va bene, va bene, l'ho raccontato fino alla noia: sono nata proprio quel giorno lì, l'ultima data utile a diventare razionalissima (?) e fredda (?) vergine pignola (!), perchè mio padre ha sognato di uccidere un serpente e tirando un calcio nel letto ha beccato la schiena di mia madre, provocandole la rottura delle acque. ma il fatto è che oggi brezsny annuncia niente popò di meno che un mio prossimo risveglio (una seconda nascita? un cambio di pelle? un trionfo! uau, ora si ragiona) e lo fa tornando al serpente (lui sa? lui sa!):
"Quello che sto per raccontarti probabilmente succederà solo nei tuoi sogni o nelle tue fantasie. Ma potrà avere un rapporto con la vita reale e ti aiuterà a prepararti mentalmente ed emotivamente a un trionfo che otterrai da sveglia. Ecco il racconto mitico: un pitone ti si avvicinerà serpeggiando e ti si avvolgerà intorno. Tu reagirai con un moto istintivo apparentemente irrazionale (ma che si rivelerà quello giusto): emetterai un sibilo acuto e morderai il serpente, costringendolo a scappare e lasciarti in pace".
io a brezsny offrirei un caffè, una mano e pure un'iride. ma un serpente no, mai lo morderei in ricordo di Federico e Giulietta: coppia di pitoni innamorati che misi al collo piena di loro poesia molte pelli or sono.